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Vittoria
della ESE a Lussemburgo: LAUREE RICONOSCIUTE
Lussemburgo
13 novembre, ore 9:30. La storia universitaria europea gira pagina. Una
sentenza della Corte di Giustizia di Lussemburgo, supremo organo
giurisdizionale europeo, ha bacchettato la Pubblica Amministrazione
italiana e condannato la sua prassi amministrativa in forza della quale
non venivano riconosciute le lauree inglesi conseguite in Italia seguendo
i corsi della European School of Economics, il noto College di diritto
britannico con sedi a Londra, Parigi e New York, e che nel nostro Paese ha
10 Campus che hanno finora laureato oltre 2.000 giovani italiani.
Questa sentenza è una pietra miliare nel processo di europeizzazione
dell’Italia. Tradotta nelle quindici lingue comunitarie, essa arriverà
oggi sul tavolo dei capi di governo dei 15 paesi membri con la forza di
legge interpretativa del Trattato delle Comunità europee che abroga e
delegittima ogni normativa nazionale difforme.
La vittoria della ESE nel confronto con lo Stato italiano segna il primo
passo nell'attuazione di una politica della formazione universitaria
comune a tutti i Paesi della Comunità europea. La sentenza della Corte è
ora parte della storia europea avendo stabilito i principi generali di una
politica universitaria che garantisce la libertà dei cittadini e il
diritto ad effettuare i loro studi e a qualificarsi professionalmente in
un altro stato membro, senza limiti né restizioni alla loro scelta.
La causa pregiudiziale è stata intentata dalla European School of
Economics due anni fa quando ha chiamato lo Stato Italiano davanti alla
Corte di Giustizia di Lussemburgo a rispondere di prassi discriminatorie e
di gravi ostacoli e danni creati alle sue attività in Italia.
La sentenza del 13 novembre è l’epilogo di una lunga battaglia di
libertà che non riguarda soltanto il riconoscimento dei titoli di studio
degli studenti ESE ma l’affermazione di alcuni diritti comunitari
fondamentali, come il diritto di stabilimento e quello della libera
circolazione di persone e servizi lesi dallo Stato italiano.
Che le cose a Lussemburgo si stessero mettendo male per il monopolio
universitario pubblico e il Murst, il Ministero-simbolo per decenni
dell’immobilismo, dell’inefficienza statale e del centralismo più
arrogante, lo si poteva intuire già dal 17 dicembre scorso.
In quella data la Commissione europea, con procedimento d’infrazione,
dichiarò la messa in mora dello Stato italiano per ciò che riguarda la
questione e i diritti della European School of Economics. Fu poi la volta
delle conclusioni dell’Agente della Commissione Europea, Avv. Traversa,
che nella udienza del 13 febbraio di quest’anno davanti alla Corte di
Giustizia a Lussemburgo in una memorabile arringa definì paradossali le
circolari del Ministero italiano dell'Università e discriminatori e
devastanti i loro effetti. Il 10 aprile 2003, infine, l'Avvocato Generale
della Corte di Giustizia intimò allo Stato Italiano di conformare
"quanto prima" la sua normativa alle Direttive europee e di
eliminare ogni prassi discriminatoria e ostacolo a danno della ESE e dei
suoi studenti. Le conclusioni dell'Avvocato Generale Jacobs anticipavano
di sei mesi e con perfetta aderenza la sentenza di oggi pronunciata dalla
Corte di Giustizia delle Comunità Europee,
Le conseguenze più immediate - dichiarano gli avvocati Conte, Giacomini e
Izzo, i legali che da anni si battono per l’affermazione dei diritti
della ESE, a livello nazionale e europeo - sono la riconoscibilità del
titolo di Laurea in Italia per tutti gli studenti ESE, con la possibilità
di accedere agli ordini professionali e di partecipare ai pubblici
concorsi, la fine di ogni pratica discriminatoria da parte dei Distretti
militari istigati dal Murst, con l'affermazione del pieno diritto al
rinvio del servizio di leva dei nostri studenti, e il riconoscimento da
parte dell'Autorità Garante della piena legittimità dei messaggi
pubblicitari European School of Economics".
La presenza di un College inglese che in quattro anni dà ai suoi studenti
un’ottima preparazione accademica, la padronanza di due lingue europee,
un semestre di studio presso università prestigiose all’estero ed
almeno 3 esperienze di lavoro nelle aziende leader del mondo, oltre a
specializzarli nei settori più moderni del business internazionale, è
stata per il mondo accademico una vera rivoluzione e per gli atenei
italiani un confronto difficile da sostenere. Non sorprende che questi
studenti si inseriscano appena laureati, a tempo di record, nelle carriere
più qualificate, in Italia e nel mondo.
La ESE afferma un diritto rivoluzionario, un diritto mai sancito da una
Carta e neppure rivendicato in un manifesto o da un movimento. Afferma il
diritto dei giovani a sognare e vedere realizzato il loro sogno.
Arrivare all’appuntamento col lavoro e cercare di farsi scegliere, fare
code, anticamere, e cercare una lavoro qualunque per guadagnarsi da
vivere, è al di sotto del livello di dignità. L’impegno della ESE è
che nessuno dei suoi laureati debba mai trovarsi nelle condizioni di
accettare un lavoro, obtorto collo. Un giovane deve poter scegliere il suo
futuro. E’ un dirittto fondamentale.
Per esercitarlo occorre prepararsi. Occorrono scuole di libertà,
universitàh internazionali, pragmatiche, multiculturali che, in economia
come in politica, educhino una nuova generazione di leader capaci di
armonizzare gli apparenti antagonismi di sempre: economia ed etica, azione
e contemplazione, potere finanziario e amore.
Certo la storia delle discriminazioni, dei soprusi e degli ostacoli creati
a danno di questa Business School inglese ha dell’incredibile. Da quando
nel 1994 si è stabilita nel nostro Paese, con l’apertura di 12 Campus
nelle maggiori città italiane, la ESE ha dovuto difendere per 2500 volte
i suoi studenti (maschi e in età di leva) davanti ai Tribunali
Amministrativi Regionali di mezza Italia per veder riconosciuto il loro
diritto a beneficiare del rinvio militare (tecnicamente detto differimento
della prestazione del servizio di leva), alla pari di ogni altro studente
iscritto a un’università italiana.
Il Ministero della Difesa per tutto questo tempo ha sostenuto la tesi che
uno studente iscritto ad una università inglese (nel caso della ESE) non
avrebbe, secondo la “vigente normativa”, il diritto al rinvio se non
trasferendosi armi e bagagli sul territorio inglese. Sarebbe questo il
primo caso in Europa di “espatrio forzato” di studenti.
Per arrivare ad oggi, sono trascorse solo due settimane da quando un
comunicato ANSA ha scatenato la stampa nazionale contro la ESE e decine di
giornali, tra cui quelli più “seri” e autorevoli, prendendo come oro
colato quanto riportato dall’ANSA e senza il minimo discernimento, sono
usciti con articoli inquietanti dai titoli cubitali: “LAUREE FALSE”.
Da chi è stata concertata questa campagna gratuitamente diffamatoria? Chi
ha redatto il testo diramato alla stampa? E perché proprio pochi giorni
prima che una sentenza così autorevole e definitiva decidesse
clamorosamente l’opposto?
Eppure la ESE ha affrontato ogni avversità, anche queste ultime, con
serenità e fermezza. Soprattutto non ha mai smesso di credere nel
“sogno” che ne ha ispirato la nascita e la crescita. Nello stesso
giorno della sua vittoria a Lussenburgo, (che apre la strada tra l’altro
a una resa dei conti che lo Stato italiano dovrà prepararsi a pagare per
i gravi danni ingiustamente arrecati a una istituzione comunitaria), la
ESE ha inaugurato la sua nuova sede milanese: un palazzo del 500 disegnato
dal Bramante, nel cuore elegante della città. Ed è già prevista
l’apertura imminente di due nuovi atenei ESE a Madrid e a Varsavia,
mentre continua l’espansione della ESE, unica università europea, in
USA. The dream goes on. E il progetto di una Scuola per leader, una
formazione universitaria capace di fondere stile e cultura italiani con il
sistema di studio britannico e una forte componente pragmatica, fatta di
periodi all’estero ed esperienze di lavoro “sul campo”, continua ad
affermarsi come la formula universitaria del futuro.
Chi conosce la ESE, la sua filosofia, non si sorprende di tanta positività
e determinazione. Nel febbraio 2002, agli inizi del contenzioso con
l’amministrazione Pubblica italiana, il Rettore scriveva ai suoi
studenti:
“Questa non è soltanto una battaglia di libertà, sia pure storica e di
grande valore. Essa è molto di più. Questo confronto è la prova
scientifica della ‘Teoria dell’Antagonista’ e la più grande lezione
a futuri manager e giovani leader come Voi che l’Antagonista è il
nostro migliore alleato. Per questo non vediamo nello Stato Italiano e nel
MURST degli avversari, dei nemici, ma gradini luminosi su cui poggiare il
piede ed andare oltre. Fate Vostra questa lezione e portatela con Voi, per
sempre”.
Sotto la maschera dell’antagonista, insegna la ESE ai suoi studenti, al
di là delle apparenze, si cela il volto del nostro più fedele servitore
che giorno e notte, senza mai stancarsi, lavora al nostro successo.
Nessuno al mondo ti ama più di chi ti ostacola e, apparentemente, cerca
di nuocerti. In realtà è lui che ti indica il cammino più breve per il
successo.
L’unico e solo scopo dell’Antagonista è la tua vittoria.
Ne La Scuola degli Dei, il libro in cui è racchiusa la visione educativa
della ESE, si legge: “l’uomo non dovrà più imporsi di amare il suo
nemico (cosa ormai dimostratasi impraticabile, se non impossibile, dopo
altri duemila anni di vendette e ritorsioni). Per una nuova umanità sarà
sufficiente diventare consapevole che invisibilmente è il nemico, è
l’antagonista ad amare te più di quanto tu possa amare te stesso”.

Di:
Carlo Finocchietti
Direttore
del Cimea La mobilità internazionale di studenti e laureati e la
libera circolazione dei professionisti sono spesso ostacolate dal mancato
riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali. L'
autoreferenzialità di molti atenei e docenti, le barriere difensive
elevate dalle corporazioni professionali
nazionali, il pregiudizio circa la qualità dell'istruzione superiore
degli altri Paesi sono atteggiamenti e comportamenti che rischiano di
coagularsi in una pericolosa miscela di protezionismo e di infettare il
corpo sociale con il virus dell'autarchia. I processi di
internazionalizzazione che coinvolgono oggi in particolare i sistemi
educativi e il mondo delle professioni devono necessariamente creare delle
infrastrutture di sostegno che facilitino e fluidifichino i correlati
flussi di mobilità.
Una
di queste infrastrutture è la "Convenzione sul riconoscimento dei
titoli di studio relativi all'insegnamento superiore nella regione
europea", nota anche con la dizione sintetica di
“Convenzione di Lisbona” perché approvata l'11 aprile 1997
dalla conferenza diplomatica ospitata dalla capitale portoghese. La sua
ratifica da parte italiana è avvenuta con la Legge 148 del 2002
Le
motivazioni e gli obiettivi della “Convenzione di Lisbona”
Le
motivazioni che hanno portato alla firma della Convenzione sono descritte
nel suo preambolo con quella chiarezza di principi intrecciata a un
pizzico di retorica che contraddistingue i testi legislativi ufficiali
delle organizzazioni internazionali. I principi ispiratori sono i
seguenti: la realizzazione del diritto allo studio ("il diritto
all'istruzione è uno dei diritti dell'uomo e l'insegnamento
superiore, che è fondamentale per perseguire e migliorare il sapere,
rappresenta un patrimonio culturale e scientifico eccezionalmente ricco
tanto per i singoli che per la società"); il diritto allo studio è
anche diritto al riconoscimento dei titoli di studio ("un equo riconoscimento
dei titoli di studio è un elemento chiave del diritto all'istruzione e
una responsabilità della società"); la responsabilità
internazionale delle università ("l'insegnamento superiore dovrebbe
svolgere un
ruolo vitale per la promozione della pace, della comprensione reciproca e
della tolleranza, nonché per creare fiducia reciproca fra i popoli e le
nazioni");
la
diversità come valore ("l'ampia diversificazione dei sistemi di
istruzione nella regione
europea
riflette la sua eterogeneità culturale, sociale, politica, filosofica,
religiosa ed economica, un patrimonio eccezionale che dovrebbe essere
pienamente rispettato");
l'accesso
alla diversità ("consentire a tutti i popoli della regione di
sfruttare appieno tale ricco patrimonio
di eterogeneità, agevolando l'accesso degli abitanti di ogni Stato e
degli studenti di tutti gli istituti di insegnamento di ogni parte alle
risorse educative delle altre Parti, e più specificamente rendendo meno
gravoso l'impegno di continuare gli studi o completare un periodo di studi
presso gli istituti di insegnamento superiore di quelle altre
Parti"); il riconoscimento dei titoli favorisce la mobilità
("il riconoscimento di studi, certificati, diplomi e
lauree rilasciati da un altro paese della regione europea rappresenta una
misura importante per promuovere la mobilità accademica tra le
Parti").

Vigevano:
E ora gli studenti chiedono i danni
Di Martina - Date:
2005-09-01 08:44:10
Due
fratelli, coinvolti nell’inchiesta delle «lauree facili», fanno causa
allo Stato
Due fratelli, coinvolti nell’inchiesta delle «lauree facili», fanno
causa allo Stato
VIGEVANO - Nell’ottobre del 1994 si erano visti sequestrare dalla
Procura di Vigevano le lauree conseguite presso università estere (in
Polonia, Ecuador, Messico e Sri Lanka) attraverso l’Accademia Europea
per gli Studi a distanza di Torreberetti.
L’accademia in questione fu chiusa per aver rilasciato - almeno secondo
gli inquirenti - «lauree senza valore» e in 76, tutti studenti
disseminati in ogni parte d’Italia, finirono a processo con l’accusa
di falso materiale; nel marzo di nove anni dopo per la schiera di imputati
è scattato il non luogo a procedere per prescrizione del reato e ora, a
undici anni di distanza, due di loro hanno deciso di tornare in Tribunale.
Questa volta nel ruolo dell’accusa. Paolo e Giorgio Tumminello, due
fratelli di 52 e 56 anni, ora residenti rispettivamente a Budapest, in
Romania, e a San Remo, in Liguria, hanno dato incarico all’avvocato
Michele Morenghi di Piacenza di avviare una causa di risarcimento danni
contro lo Stato italiano. La novità sta tutta in una sentenza emessa
l’8 luglio scorso dal Tribunale del Riesame di Pavia che ha ordinato al
Tribunale di Vigevano il dissequestro dei titoli di laurea che i due
fratelli avevano conseguito nel ‘94 presso l’ateneo Jagiellonski di
Cracovia (lo stesso in cui si laureò anche Papa Giovanni Paolo II). Dopo
aver rigettato la stessa istanza nel mese di aprile, quindi, il Tribunale
dovrà riconsegnare ai Tumminello il titolo di studio, «poiché - come si
legge nella sentenza - non ricorre ipotesi della confisca obbligatoria del
titolo sequestrato, la cui autenticità non è in discussione». «Per
questo motivo - spiega l’avvocato Morenghi - i miei assistiti hanno
deciso di agire contro lo Stato per essere stati doppiamente penalizzati:
prima sono stati privati del loro titolo e poi, essendo stati radiati
dall’albo degli odontotecnici, gli è stato impedito di svolgere il loro
lavoro.
La sentenza del tribunale del Riesame può fare storia per gli altri 74
titoli, che restano tuttora sotto sequestro». Il rettore
dell’accademia, Nicolò Panepinto, 79 anni, finito a processo assieme ai
due figli, era stato assolto 8 mesi fa dall’accusa di associazione a
delinquere.
Laureare
l’esperienza: è giusto?
L’articolo
5 comma 7 del D.M. (decreto ministeriale) 270/04 dice: “Le università
possono riconoscere come crediti formativi universitari, secondo criteri
predeterminati, le conoscenze e abilità professionali certificate ai
sensi della normativa vigente in materia”. Cosa vuol dire? Nell’ambito
dei giornalisti professionisti, ad esempio, vuol dire che, dall’alto
della loro esperienza lavorativa, i professionisti dell’informazione
potranno aspirare al titolo di laurea con uno sconto di “pena”
(pardon, di crediti). E per la precisione ben 60 crediti formativi, come
si apprende da un comunicato stampa dell’Ordine nazionale dei
giornalisti che riprende, così, il suo progetto “Laureare
l’esperienza”, in collaborazione con le Università di Cassino, Chieti,
Lumsa di Roma, Ferrara, Messina, Catania, Enna, Varese e Udine. I
giornalisti interessati dovranno presentare entro il 5 novembre 2006
domanda di immatricolazione ai corsi di laurea prescelti, allegando il
curriculum personale e il modello certificante la propria attività
professionale: in base poi ai singoli regolamenti didattici di ateneo,
ogni università deciderà in autonomia quanti crediti abbonare ai nuovi
iscritti ai fini del percorso accademico. Insomma la sensazione, almeno
per noi studenti costretti a sgobbare fino all’ultimo libro, non è
delle migliori: chi davvero potrà certificare effettivamente la reale
conoscenza, da parte di professionisti già avviati sul mondo del lavoro,
di quel particolare esame alla luce di un’esperienza non si sa quanto
aderente al relativo programma di studio? Dal momento, ad esempio, che la
maggior parte delle lauree triennali, soprattutto in campo umanistico, è
prevalentemente teorica, chi lo dice che la pratica lavorativa presupponga
anche la conoscenza della teoria che, a noi giovani studenti senza
esperienza, ci propinano all’infinito? La domanda allora nasce
spontanea: ma serviranno davvero tutti gli esami dei sempre più
chilometrici piani di studio?

La dichiarazione di valore non è prevista dalla legge
La cosiddetta "dichiarazione di valore" per il riconoscimento dei titoli esteri in Italia non
è prevista da alcuna norma di legge e non è necessaria .
L' università a cui si richiede
il riconoscimento del titolo estero deve dare una valutazione dello stesso anche in assenza
della dichiarazione di valore.
Il Tribunale Amministrativo dell 'Emilia Romagna Sezione I,
con sentenza n.620/2001 ha concluso che:
"l'operato dell'Università contrasta con la normativa nazionale di riferimento, che non impone
affatto di dimostrare esclusivamente attraverso una dichiarazione di valore rilasciata dalla
rappresentanza diplomatica determinati presupposti per il riconoscimento del titolo di studio
" neppure la difesa delle Amministrazioni resistenti è stata in
grado di indicare un preciso fondamento normativo a cui ricondurre la richiesta rivolta
dall'Università e all'Ambasciata italiana in Jugoslavia per ottenerne una dichiarazione di
valore del titolo conseguito dal sig.V. C."
"È ragionevole dunque concludere che, come sostenuto dal
ricorrente, la richiesta della dichiarazione di valore è conforme ad una mera prassi instauratasi
nel tempo, ma non trova riscontro in puntuali previsioni normative"
"Resta inteso, tuttavia, che la menzionata prassi non vale a
sottrarre le autorità accademiche alla responsabilità di adottare il provvedimento
conclusivo del procedimento de quo; il che significa che incombe sull'università alla quale
la domanda sia stata presentata il potere-dovere di valutare autonomamente le risultanze
della procedura (e dunque anche le informazioni pervenute dalla rappresentanza diplomatica)
al fine di definire la stessa"
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